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Città della Pieve

Al crocevia fra tre regioni, affacciata su Valdichiana e lago Trasimeno, Città della Pieve è un vero e proprio museo en plein air, ricco di edifici, chiese, storia e capolavori di un Perugino a «fine carriera» che nella città natale dipinge qualche pagina del suo testamento artistico.

Forse più che per il Perugino, Città della Pieve ha recentemente guadagnato in notorietà perchè è il luogo dove sono stati girate 6 serie della Fiction Carabinieri, regalando al piccolo centro in Umbria qella ribalta che il suo figlio illustre – con le sue Madonne e Santi pittati con ariosità e in odor di Piero della Francesca – non riusciva più a garantirle nel terzo millennio.

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A Città della Pieve si vive benissimo: l’arancione, il rossiccio, il marroncino chiaro del laterizio medievale le conferiscono un equilibrio da gioiello artigianale, sotto teca.

Gioiello per l’Imperatore (ché la pianta della città è a forma di aquila imperiale, puntata dritta contro Roma) e mai per il Papato, con cui ebbe rapporti burrascosi.

Un anti-clericalismo – o ghibellinismo – che non necessitava di andare fino all’Urbe per sfogarsi, con la guelfissima Perugia a un tiro di schioppo.

Eppure il nome ne prevedeva altri destini.

Una pieve, appunto, con funzioni battesimali raggranellava le ultime schegge di paganesimo della Tuscia con un metodo ricattatorio: chi si faceva cristiano entrava a far parte della comunità.

Tempo qualche secolo – e l’impaludamento della Valdichiana che spopola le pianure – e il borgo a 508 metri sul livello del mare diventa un centro importante, murato e fortificato: Castello della Pieve.

Poi saranno l’oppressione di Perugia e il favore nei confronti di Siena (e anche gli interessi della borghesia cittadina, dedita alla lavorazione del laterizio e del panno cremisi) a farla svoltare in senso imperiale: e siamo al 1228, quando sotto la Protezione di Federico II di Svevia Città della Pieve diventa libero comune.

E poi di nuovo oppressioni perugine, rivolte, saccheggi, l’interdetto di Bonifacio IX e alleanze con chiunque fosse minimamente filo-imperiale: dai Visconti di Milano alla Repubblica di Firenze, passando ovviamente per Siena.

Infine nel 1529, sei anni dopo la morte del Perugino, Clemente VII de’ Medici la sottomette definitivamente al potere di Roma: e da allora segue una teoria di Governatori Perpetui che furono cardinali o nipoti di pontefici.

E un buon filone per scoprire Città della Pieve può essere seguire le orme del suo figlio più noto, quel Pietro Vannucci detto il Perugino che fu tanto noto a Firenze (suoi affreschi in Santa Maria Maddalena dei Pazzi) e a Roma (Cappella Sistina), quanto «ingrato» con la città natale: nel 1485 divenne cittadino onorario della nemica Perugia, che gli donò il soprannome con cui lo si ricorda ancora oggi.

Ebbene, pur collocate in una fase calante della produzione del pittore, un pugno di opere conservate nel paese valgono un viaggio, una sosta: in quanto testamento non solo di un artista, ma di un intero secolo artistico – il Quattrocento – che si avviava a essere completamente rivoltato dal genio di Leonardo e Michelangelo.



Partiamo dalla Cattedrale, nella centrale piazza Plebiscito, edificata sul luogo dove sorgeva l’antica Pieve.

Si notano reperti del IX-X secolo e del XIII, probabilmente ciò che resta della Loggia del Palazzo dei Consoli, semidistrutto da Perugia nel 1250. Nel Seicento la chiesa diventa Cattedrale e nei secoli successivi continuano le modifiche fino ad aggregare al complesso, nel 1738, l’elegante campanile.

Fra le opere d’arte conservate al suo interno un Battesimo di Cristo, tipica rappresentazione dell’attività matura del maestro pievese (altre due opere di soggetto analogo: la tavola del Kunsthistorisches Museum di Vienna e l’affresco della Nunziatella di Foligno), con uno spiccato atteggiamento contemplativo delle figure e alle spalle un arioso e dolce paesaggio che sprofonda nell’orizzonte: la prospettiva svincolata dai compassi e dai righelli del suo primo maestro, Piero della Francesca, che si carica di armonie devozionali.

E poi una Madonna in gloria tra i santi Gervasio, Protasio, Pietro e Paolo, del 1514, più iconica che narrativa: pura simmetria neoclassica incastonata fra i due orifiammi con lo stemma della città, retti dai Santi protettori.

Per L’adorazione dei Magi, del 1504, Vannucci domanda 200 fiorini ma, «chome paisano», è disposto ad accontentarsi di 100, salvo poi accondiscendere alle richieste del Sindaco della Compagnia dei Disciplinati e incassarne soltanto 75, per di più a rate.

L’opera, tra le più ricche di personaggi del maestro pievese, è collocata nell’oratorio di Santa Maria dei Bianchi.

Sullo sfondo, un paesaggio di estrema purezza, un’idealizzazione del Trasimeno e della Valdichiana, così come si possono osservare dalla sommità di Città della Pieve.

E in primo piano un affollarsi di personaggi che diremmo aristocratici, toccati dalla grazia e dall’eleganza, com’era negli stilemi «neoellenici» del Vannucci: i Re Magi, ad esempio, sono vestiti metà all’antica, metà alla moderna, con costumi in seta damascata (che si commerciavano al tempo del Perugino) ai quali sono addossati mantelli panneggiati, come toghe alla romana.

È lo spirito del primo Rinascimento: Cristo nasce in Primavera (la stagione della rinascita) sotto un sole di mezzogiorno, la capanna è un tempio classico, i pastori sono quelli dell’Arcadia, l’antico rivive nel moderno e il cristianesimo riplasma senza traumi la simbologia pagana, in un’idealizzazione neoplatonica che cominciava a scricchiolare.

Con Leonardo e Michelangelo che stavano mettendo in soffitta la classicità senza tormenti, aggiungevano ombre e angosce all’aria tersa quattrocentesca e attraevano a Firenze Raffaello, che fino a quell’anno (1504) era stato a bottega dal Perugino.

Che da questo momento esce dalla storia dell’arte dei centri importanti per rintanarsi nel suo contado, rivendicando fino alla morte la sua «maniera».

Si potrà ancora vedere una slavata Deposizione dalla croce del 1517, in Santa Maria dei Servi, e, affrescato nella stessa cappella (Madonna della Stella), ciò che resta del Compianto sul Cristo morto: qualche apostolo, le pie donne e l’Eterno circondato da cherubini.

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